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L’amo fatto strano

Ci sarebbe piaciuto rifarci a qualche classico tormentone di Carlo Verdone, tipo “troppo forte” oppure “un sacco bello” ovviamente per festeggiare un altro risultato positivo della Roma, ma abbiamo ripiegato su un altro titolo storpiato al passato per l’occasione.
Dobbiamo subito dire che l’atmosfera che si è respirata stasera sin dall’inizio dell’incontro, aveva qualcosa di strano e di innaturale.
Il Napoli, versione blancoceleste per omaggiare l’Argentina di Maradona, era chiamato ad un duplice compito: il primo, quello di onorare la memoria del suo immenso campione trascinatore di scudetti e coppe che la città non aveva mai neppure sognato prima. Il secondo compito era quello di riagganciarsi all’alta classifica per dimostrare di avere tutte le carte in regola per poter dire la sua in questo campionato.

D’accordo onorare il campione Diego, con lutto al braccio, il minuto di silenzio sia all’inizio che al 10’ del primo tempo e i vari striscioni dei club appesi sulle balaustre dello stadio, ma poi il continuum è divenuto – per lo spettatore non tifoso partenopeo – alquanto ridondante e fastidioso.
La Roma è scesa in campo con la miglior formazione possibile al momento ma probabilmente poco convinta o troppo condizionata dall’atmosfera impregnata di quella sorta di drammaticità che, volente o nolente, richiedeva il momento. Fatto sta che a passare in vantaggio alla mezzora sono i padroni di casa e lo fanno con una punizione a girare tirata dall’uomo più rappresentativo: quel Lorenzo Insigne che fisicamente parlando potrebbe passare per la controfigura di Maradona.
Alla fine dei 45’ si contano otto conclusioni dei partenopei contro le tre (nessuna nello specchio della porta) dei giallorossi.

E chi si aspettava un secondo tempo di altro spessore, commetteva un grossolano errore perché la Roma ha continuato nella imprecisione dei passaggi, in uno sterile possesso di palla fatto di passaggi all’indietro spesso preda degli avversari e in inconcludenti azioni senza alcun costrutto.
A raddoppiare ci ha pensato al quarto d’ora della ripresa Fabian Ruiz con un tiro tanto preciso quanto imparabile. A nulla sono valsi i vari cambi voluti da mister Fonseca che hanno prodotto solamente altre due reti del Napoli con Mertens e Politano che hanno sigillata la partita con un immeritato 4-0. Immeritata non perché avremmo potuto fare di più ma perché abbiamo ingigantito un Napoli, quadrato e operaio quanto vi pare ma sempre operaio.
Questa volta i Friedkin non hanno avuto modo di sentirsi soddisfatti dell’esito della partita così come neppure Fonseca e quanti sono scesi in campo, ma guai a cadere nella trappola dei facili processi e a ricominciare il totoallenatore.

Perdere a Napoli ci sta e la Roma doveva perdere la sua prima partita prima o poi. Quello che si può e si deve prendere ad insegnamento da questa batosta è che dobbiamo (a partire da noi tifosi) rimanere con i piedi in terra in un campionato dalle mille variabili che potrebbe trasformarsi in qualcosa di unico. Toccherà a Zorro Fonseca, raccogliere i cocci di stasera e rimetterli insieme. Ma presto, per favore.

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